Come si pronuncia Duchesne?

Foto

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 3 settembre 2015

La foto di un bambino morto.

Mi viene in mente un’intervista dello scrittore Richard Powers in cui disse:

Stranamente, l’empatia più profonda e straniante è probabilmente il principale obiettivo dello scrivere e leggere romanzi. Leggiamo per fuggire a noi stessi e diventare qualcun altro, almeno per un poco. La narrativa è una lunga e sensuale scomposizione di ciò che è familiare attraverso un punto di vista alterato. Come percepiresti il tuo mondo se non fosse tuo? Come appariresti e ti sentiresti se tu non fossi tu? Possiamo sopravvivere al disorientamento; possiamo perfino amare di immergerci, fintanto che il viaggio è controllabile e possiamo poi far ritorno alle nostre vite quando il libro finisce. La narrativa gioca proprio su quella sovrapposizione tra la padronanza di sé e lo sconcerto più totale, alieno, e procede per straniamento. Come scrisse il neuropsicologo A.R. Luria: “Per trovare l’anima è necessario perderla”. Per leggere la storia di qualcun altro, devi perdere la tua.

Se si prova a spostare questo discorso (che Powers fa a proposito di un suo personaggio – modellato su Oliver Sacks – che si trova accusato di sfruttare le storie dei suoi pazienti, in nome di un’empatia che professa e invece tradisce) se si prova a spostare questo discorso dalla narrativa al racconto della realtà, mi viene da pensare che l’informazione passi anche per certe foto che, fintanto che non diventano speculazione e pornografia, permettono di conoscere il mondo e portare a un grado di empatia che, forse, le parole non sarebbero in grado di suscitare con la stessa forza.

Dagli ammassi di morti dei campi di concentramento fino agli uomini umiliati di Abu Ghraib. Nessuna descrizione dello schianto dei due aerei sulle Torri Gemelle ha la stessa forza dei filmati visti e rivisti, nessun racconto delle persone che si gettano dalle finestre ha la stessa forza del famoso “falling man”. Un’empatia profonda e straniante.

Quella fotografia, pure con l’orrore e il dolore che suscita, è un viaggio che a me, e per me, sembra necessario (anche se poi non si riesce a far ritorno alla propria vita nello stesso modo che avviene alla fine di un libro).

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