Come si pronuncia Duchesne?

Superstizione

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 18 marzo 2015

«Vogliamo continuare il nostro discorso?»

Tendo l’elastico e, puntando contro la cimice, lo faccio scoccare. Manco l’insetto solo di un paio di centimetri, massimo tre. «Il nostro discorso?»

«Quello dell’altra sera, prima che ci interrompesse Frau Lieben.»

«Frau… Lieben?»

«La pianista.»

«Già.» Stacco un post-it da un blocchetto. «Come sta?»

«Eh, come sta. Male sta. Tutti a gridare all’infarto, a farle il massaggio cardiaco, e schiaccia al tre. E invece era un ictus.»

«Uhhh.» Mi alzo.

«Queste cose poi danno fastidio. La gente è superstiziosa. Si sente male qualcuno nella tua villa? Ecco che subito hai la villa maledetta. Non c’è razionalità.»

Faccio scivolare il post-it sotto la cimice, che si lascia raccogliere senza reazioni. «Quello mi sembra il meno, non starei a preoccuparmi.»

«Ma sai, l’anno scorso c’era Lucarini, un altro pianista, jazz. Si siede sullo sgabello, solleva il cilindro della tastiera, non fa tempo a pigiare un tasto che una gamba del pianoforte cede, gli crolla tutto addosso, quasi mezza tonnellata di pianoforte, fai te. Tendine rotto. Ci ha fatto una causa per tre milioni di euro. Aveva la tournèe in Giappone, dice.»

Dischiudo la finestra e faccio sgusciare fuori la cimice, reprimendo l’impulso di avvolgerla nel post-it e spappolarla. «È lontano il Giappone.»

«E l’anno prima abbiamo ospitato Baaba Pougsanda, il suonatore di balafon. Era lì in mezzo al salotto, circondato dalle sue belle candele rosse, un’atmosfera magica, picchiettava coi bastoncini, tutto allegro. Non gli va mica a cadere in testa il lampadario? Ha ceduto il gancio, un bel gancio artigianale, l’avevamo fatto fare in Turchia. Spezzato di netto. Fortuna che il maestro Baaba è uno robusto, se l’è cavata. Ha perso due dita, però. Altra causa, altri milioni.»

«Il balafon, di preciso, cos’è?»

«Tre anni fa, invece, avevamo Jimmy Karovskji, il mentalista. Niente, stava leggendo nella mente della contessa Poletti, gran bella donna peraltro, era quella con l’abito blu con le piume, bum, l’ha centrato un proiettile. Lo sparo di un cacciatore, dice che mirava a un beccaccino, non so nemmeno se era stagione di caccia. L’ha preso esattamente alla nuca, preciso. Non mi ricordo neanche com’è finita quella storia. C’è stata anche lì una causa, quello sì. Non mi ricordo, però, se poi lui è sopravvissuto o meno, vai a sapere.» Azzesi sbuffa. «Ma lasciamo da parte queste sciocchezze, Giuseppe. Veniamo alle cose serie.»

(La gente che sta bene – pp. 129-130)

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