Come si pronuncia Duchesne?

Stile

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 19 novembre 2014

audrey-hepburn-people-pixel-portrait-from-aboveIeri, Corriere.it ha pubblicato una video-intervista all’eurodeputato PD Alessandra Moretti. Si è parlato molto di stile.

Alessandra Moretti esordisce così: “Nel fare politica, voglio avere il mio stile. Femminile. La cura di me stessa, la voglia di essere sempre a posto… questo è un quid in più. La bellezza fa notizia, e quindi la donna bella deve essere sempre incorniciata in un, diciamo così, recinto negativo, quindi sei bella ma scema, mentre la bellezza non è affatto incompatibile con l’intelligenza.

Sollecitata dal giornalista, Alessandra Moretti specifica: “Rosy Bindi ha avuto il suo stile. Diciamo che il nostro è uno stile diverso, ma per fortuna che è diverso. È cambiato il mondo, è cambiata la politica. Non possiamo avere lo stesso stile. Quello era uno stile più austero, uno stile più rigido, uno stile anche che mortificava in qualche caso la bellezza, la capacità invece di mostrare un volto piacente.

Continua: “Perché uno si deve mortificare? Perché io mi devo mettere, non so, gli occhiali da sole? Ho deciso per esempio di andare dall’estetista ogni settimana: cosa faccio dall’estetista? Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa. Mi prendo cura di me. Mi faccio le meches, mi faccio la tinta, poi non entriamo in altri particolari. Vado a correre, accompagno i miei figli di corsa la mattina, loro in bici, io di corsa.

E ancora: “Mi potranno criticare. Perché, cosa devo venire? Con i peli? I capelli bianchi? Perché io che ho un ruolo pubblico, che rappresento tante persone, tante donne, voglio rappresentarle al meglio. Sappiano che non ci intimidiscono. Anzi, che più fanno così, più continueremo ad essere più belle, più eleganti, più curate, più brave, più pronte, più tenaci, più coraggiose.

E infine: “Ma che c’hai? Ma che t’ho fatto? Ma perché c’ho gli occhi blu? Perché sono anche bella, oltre che brava? Ti dà così fastidio? Perchè il nostro stile di fare politica è uno stile ladylike, cioè uno stile che deve piacere.

Così, alla fine dell’intervista, mi è venuto in mente un passaggio tratto da “Peep Show”, un brano – a volte un po’ frainteso – che ho scritto un paio di anni fa, quando si cominciava a capire che questa faccenda dello stile avrebbe un po’ spazzato via un certo vecchio modo di fare politica e l’avrebbe sostituito con un altro modo, forse meno vecchio, sicuramente più, mi sembra di capire, votato a piacere. E proprio Rosy Bindi mi sembrò il miglior personaggio per descrivere un meccanismo che mi sembra piuttosto spietato, un po’ anche sciocco in certi suoi effetti, ma forse sono io che non riesco a capire fino in fondo questa tendenza che non conoscevo, ladylike sembra si chiami. Lo pubblico qui sotto:

***

In un primo momento non la riconosco, strizzata com’è in un paio di attillatissimi jeans verde militare stracciati all’altezza del ginocchio, con un piumino Moncler violetto e, ai piedi, un nuovo modello di Converse giallo fluo con il pelo. È solo quando la signora bussa al finestrino della limousine e, levandosi il berretto con la scritta Armani, mi dice: «Credo che tu sia qui per me», che realizzo si tratta proprio di lei – Rosy Bindi – la cliente che stamattina devo scarrozzare in una breve tournée di interviste radiofoniche in preparazione delle prossime primarie del Partito Democratico.

«Mi deve scusare se prima non l’ho riconosciuta.»
«Al contrario, mi ha fatto molto piacere. Segno che il rinnovamento comincia a dare i suoi frutti.»
«Il rinnovamento?»
«Primi passi di un processo di trasformazione interna. Forse lo avrà letto sui giornali, abbiamo avviato una seria riflessione nell’alveo della sinistra, una riflessione volta a rimodellare la faccia del partito, per ricondurlo alle sue radici più genuine e popolari.»
«Non me ne intendo molto, ma una certa distanza dalla gente si cominciava a notare.»
«Ma ora l’abbiamo capito. Ci sono urgenze precise e precise necessità, davanti alle quali non possiamo più far finta di niente. C’è da capire cosa ci ha allontanato dall’elettorato, quando abbiamo perduto la nostra identità, in modo da ritrovare la capacità di rappresentare gli elettori, avanzare istanze reali, concrete, in una parola: tornare moderni. Ma per farlo dobbiamo andare oltre, non possiamo continuare a stare chiusi tra le pareti istituzionali, nei nostri bei salottini, coi nostri bei sondaggini, no, dobbiamo riavvicinarci alla gente, mischiarci alla gente, provare a essere come questa famosa gente.»
«Mi sembra un buon proposito.»
«Se no hanno ragione quelli che parlano di casta, che parlano di mandare tutti a casa, di autunno caldo, rivoluzione, sono stufi, sono stanchi, sono, com’è quell’altra cosa che dicono?, ah sì, disperati. No, ci tocca riprendere in mano il timone, raddrizzare la rotta, mostrarci di nuovo e prima di tutto persone, senza offesa, normali. Anzi, visto che tu mi sembri proprio una di quelle persone lì, normali, ho bisogno della tua collaborazione.»
«Se posso esserle utile.»
«Io ora ti faccio una domanda e tu mi devi rispondere con franchezza.»
«Ci provo.»
«Grande franchezza, mi raccomando.»
«Spari.»
«Che cosa pensi tu di me?»
«Che cosa penso io di lei?»
«Esatto, l’idea che ti sei fatto di me. Come donna, come politico, come leader.»
«Mah, così su due piedi, dunque, prima cosa, onesta, mi verrebbe da dire.»
«Poi.»
«Preparata, professionale.»
«Più specifico.»
«Un po’ rigida, forse.»
«Rigida? In che senso rigida?»
«Non saprei, parlo di una certa immagine che traspare.»
«Spiegati meglio.»
«Un’aria un po’ da, come dire, maestrina.»
«Maestrina?»
«Sì, maestrina.»
«Maestrina, o stavi dicendo un’altra cosa?»
«Quale altra cosa?»
«Tu stavi dicendo da suora.»
«Non mi permetterei.»
«Devi essere franco con me. Ti ricordo che abbiamo avviato una seria riflessione nell’alveo della sinistra, una riflessione volta a rimodellare la faccia del partito, per ricondurlo alle sue radici più genuine e popolari.»
«Ok, stavo dicendo da suora.»
«Lo sapevo.»
«Solo un’impressione, magari sbaglio.»
«È per quella faccenda dell’astinenza sessuale?»
«Tutto un insieme di cose.»
«Perché quella roba lì non è vera.»
«Quale roba?»
«Quella dell’astinenza, non è vera.»
«Ah no?»
«Assolutamente no. Solo una boutade, detta ai giornalisti anni fa, così per scherzo. Ed ecco che mi è tornata addosso come un boomerang. Ti pare che io sia un’astinente sessuale? Ah ah ah.»
«Ah ah ah.»
«Non ridere, non era una domanda retorica. Ti pare che io sia un’astinente sessuale?»
«Non lo è?»
«Certo che no. Faccio l’amore tantissimo, con grandissima passione e altrettanta regolarità. Ti direi settimanalmente, ma sarebbe una bugia, è più un’occupazione quotidiana. Ho fatto l’amore ieri, l’altro ieri, due volte giovedì, e martedì prima di colazione, tanto che ho finito per arrivare in ritardo ai lavori della commissione giustizia. Mi hanno detto: Rosy, ma che succede, anche oggi in ritardo, non stavi mica facendo di nuovo l’amore? Certo che stavo facendo l’amore, che vi pensavate?»
«Confesso che non me l’aspettavo.»
«Tutte le posizioni. Missionaria, io sopra lui sotto, pecorina, sessantanove…»
«Pure il sessantanove?»
«Soprattutto il sessantanove. Hai davanti una professionista del sessantanove, una vera artista. Sdraiata, seduta, in piedi.»
«In piedi?»
«La mia specialità.»
«Aspetti, mi faccia capire, la sua specialità è il sessantanove… in piedi?»
«Niente che dia lo stesso piacere.»
«Scusi se mi permetto, ma lei sa che cos’è il sessantanove?»
«Mi hai chiesto se so che cos’è il sessantanove? Ah ah ah.»
«Era una domanda retorica?»
«Stavolta era una battuta, puoi ridere.»
«Ah ah ah.»
«Comunque basta così, non voglio entrare nello specifico di quello che faccio o non faccio tra le lenzuola. Scusa se te lo dico, ma sono affari miei, riservati e personali, e non mi va di condividerli con il primo che incontro.»
«Non volevo essere irriguardoso.»
«Che poi chi mi garantisce che non corri a dirlo ai giornalisti?»
«Terrò la bocca chiusa, promesso.»
«A meno che i giornalisti non insistano, allora tu sentiti libero, non voglio costringerti a mentire per me.»
«Vedrà che non ce ne sarà bisogno.»
«Insisto, dì tutto.»
«Non deve preoccuparsi, anche perché non vedo il motivo per cui i giornalisti dovrebbero venire a chiedermi della sua vita sessuale.»
«Se mi lasci il numero, faccio in modo che ti chiamino nel pomeriggio.»
«Nel pomeriggio?»
«Fra le tre e le quattro.»
«Mi fa chiamare lei dai giornalisti?»
«Ripeto, fra le tre e le quattro. Magari tu non menzionare la faccenda del sessantanove in piedi.»
«È per quella storia del recupero delle radici popolari del partito?»
«Con relativo riavvicinamento alla gente, esatto.»
«Capisco.»
«Un’ultima cosa.»
«Dica.»
«Che tu sappia, la pecorina si può fare in piedi?»
«Volendo. Un po’ più faticosa, ma sì.»
«Allora per la posizione in piedi optiamo per questa.»
«La pecorina?»
«Suona bene, no?»

(Peep Show, pp. 174-178)

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