Come si pronuncia Duchesne?

Beckett

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 14 novembre 2014

Domani sera, sabato 15, avrei dovuto partecipare, in ottima compagnia, a “Letture sommerse“, uno degli eventi di Bookcity. Mi sarebbe piaciuto leggere un brano inedito, tratto da un qualcosa (non saprei dire se un romanzo, un racconto, o cosa) su cui, in queste settimane, mi sto divertento un po’. Visto che non potrò partecipare all’evento, lo pubblico qua sotto. Il “divertimento” si intitola: Tu sei felice(?). Il brano: Beckett.

***

beckett

«Sai uno che non ho mai tollerato?»
«Chi?»
«Beckett. Ti giuro, mi dà i nervi.»
«Credo fosse proprio quello il suo scopo.»
«Dare in nervi a me?»
«Dare i nervi in generale, lanciare delle provocazioni.»
«Ma che senso ha provocare un lettore?»
«Ah, lo chiedi alla persona sbagliata, figurati che a me pure Gianni Morandi mi destabilizza. Ma è proprio quel tipo di letteratura che fa così, non per niente si chiama teatro dell’insensato.»
«Dell’assurdo.»
«Volevo dire assurdo. E se ci pensi, è naturale che una cosa che è insensata ti dà i nervi.»
«Assurda.»
«Una cosa che è assurda. Devi prenderla per quello che è.»
«No, scusami, ma non ce la faccio. Anche perché, quello che io mi domando e dico è: ma come, ma sei uno che ti pubblicano i libri, ti invitano nei salotti, hai la fortuna di avere delle opinioni, ma allora perché butti via il tuo talento in una cosa che è assurda per definizione? Cioè, io tutte le volte ho sentito qualcuno dire: “È assurdo”, fidati, mi sono trovato di fronte a delle cose mica tanto belle: uno che si drogava e la mamma non ci credeva, mia nonna quando ha scoperto di avere lo stesso male del nonno, Piero quando l’hanno licenziato il giorno di Ferragosto che lui stava a Ibiza. Tutti abbiamo detto la stessa cosa: “È assurdo”. E tu che sei uno che ha vinto il premio Nobel, perché a questo tizio gli hanno pure dato il premio Nobel, tu che cosa fai? Ti metti a scrivere le cose assurde apposta, e per di più ci godi nel farlo, sei il primo che va in giro a vantarsi, “Io sono assurdo”, “Io sono assurdo”? Allora davvero mi viene da dire: assurdo.»
«Pensa che l’altro giorno ho letto un articolo sulla Scrittura.»
«La Scrittura?»
«L’inserto del Corriere.»
«Si chiama così? La Scrittura?»
«Adesso mi fai venire il dubbio ma direi di sì, anzi, sono quasi certo. Perché?»
«Mi sembrava che avesse un altro nome.»
«Che nome ti sembrava?»
«Il Venerdì.»
«Quello è l’inserto della Repubblica.»
«Repubblica, giusto.»
«In questo articolo parlavano proprio di Aspettando Godot.»
«Tu non hai idea di quanto ho odiato quel libro, te la ricordi la Spalenza, la prof di filosofia, che ce lo fece portare alla maturità?»
«La Spalenza, bruttissima persona.»
«La peggiore.»
«Io però una botta gliel’avrei data.»
«Quello anch’io, che c’entra, però a parte la Spalenza, cosa diceva l’articolo?»
«Una cosa pazzesca: Godot non esiste.»
«In che senso?»
«Proprio nel senso che non esiste, che non è una persona che esiste.»
«No, vabbè.»
«Te l’ho giuro, lo diceva questo giornalista, ma lo dava proprio per scontato. Tanto che sono anche andato a controllare su internet, ho trovato della gente che dice che i due, sono due, vero?»
«Due, sì.»
«Che i due avevano sbagliato a capire l’appuntamento, non so se il posto, o l’ora, o il giorno, in ogni caso un sacco di teorie molto solide sulle ragioni concrete di questo mancato incontro, e invece, secondo questo giornalista, Godot è solo un simbolo. Ma non vuole nemmeno perdere tempo a discuterne, è così e punto.»
«Non ci credo.»
«Fidati. Dice che è tipo il simbolo di Dio, o della speranza, cose comunque elevate.»
«Però, vedi, così, già lo rivaluterei.»
«Dice che in questa attesa di qualcuno che non arriva Beckett ha sintetizzato tutto il malessere che serpeggia nell’umanità. Una sorta di visione pessimista dell’esistenza.»
«Più che pessimista, educata.»
«Educata in che senso?»
«Be’, obiettivamente, con tutto che io sono tollerante e comprensivo e quello che vuoi, ma quando uno arriva in ritardo, a me, i maroni, te lo confesso, finiscono un po’ per girarmi, al di là di qualunque visione pessimista. Proprio per una faccenda di educazione. E questo vale per un amico, per una moglie, ma anche banalmente, anzi direi soprattutto, per Dio, per la speranza, e per i tutti simboli.»
«Questo aspetto il giornalista in effetti l’ha un po’ trascurato.»
«Non mi stupisce, il pessimismo vende, l’educazione no.»

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