Come si pronuncia Duchesne?

Ero

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 28 novembre 2014

“Il ragazzino che ero mi intimorisce,
è l’autore che ammiro di più.”
(Pasquale Panella)

Pellicce

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 26 novembre 2014

“Non indossate pellicce. Lo sapete che per ogni singola pelliccia vengono abbattuti almeno 14 alberi solo per i cartelli di protesta?”
(Emo Philips)

Impresa

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 26 novembre 2014

QUI, rispondo a qualche domanda su Peep Show (cerco di variare le risposte, non sempre ci riesco).

Come è nato Peep Show?
Nasce dalla voglia di raccontare un uomo cui muore tra le mani l’illusione più grande, quella di essere qualcuno. Nicola, il protagonista, ha avuto i suoi quindici minuti di gloria e ora deve affrontare tutti i milioni di minuti che seguono. Come chiunque si trovi a dover superare la fine di un amore, la perdita di un lavoro o di qualunque altra cosa su cui abbia investito tanto, si rende conto che ricominciare è l’impresa più difficile. Mi divertiva e commuoveva provare a raccontare questa impresa.

Interstellar

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 24 novembre 2014

interstellar

Settimana scorsa ho visto Interstellar, non mi è piaciuto poi tanto. Se dovessi spiegare il motivo, potrei sintetizzarlo in quella frase che il protagonista, di fronte a un problema un po’ complicato, dice con un’espressione molto americana: “Non è impossibile, è necessario“. Semplicemente così, con un tono alla Humphrey Bogart: “Non è impossibile, è necessario“. C’è una stazione spaziale semidistrutta, alla deriva nello spazio, bisogna agganciarla con una manovra che perfino un robot (qualcuno che si può dire non sia compromesso da paura e pessimismo) definisce impossibile, e il protagonista si limita a dire: “Non è impossibile, è necessario Ma come si fa, mi è venuto da chiedermi, a mettere lì un personaggio che, di fronte a un grosso problema da risolvere, infila quella frase a effetto un po’ macchiettistica, un po’ caricaturale? Che personaggio è?

Poi, stamattina, mentre cercavo di svitare la moka, mi è scappato di dire: “È impossibile”. Al che si è riaffacciata nel pensiero la frase. “Non è impossibile, è necessario“. Così ho svitato la moka e, mentre aspettavo che il caffè salisse, sono corso a fare una ricerca su google. E ho trovato (QUI) un articolo che, di fronte a un grosso problema da risolvere, termina così: “Ripartire dal Mezzogiorno per far rinascere nel Mezzogiorno una sua banca, non è impossibile, è necessario“. Ecco che personaggio è. Matthew McConaughey come Giulio Tremonti. Questo, per farla breve, un po’ il motivo.

Fra Martino

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 24 novembre 2014

«Una cosa che non hai idea, c’era questa luce nel cielo, bianchissima, tonda, immobile.»
«E tu dici che era un disco volante?»
«Non è che lo dico, è così. Figurati che io, in queste cose, sono come Fra Martino, se non ci metto il naso…»
«C’è anche una canzone su Fra Martino o sbaglio?»
«Dovrebbe esserci.»
«Ti ricordi chi la canta?»
«Chiedi troppo. Comunque, io sono uno che non si fa abbindolare, i fantasmi, i sensitivi, le calamite, ci credo poco, anche Pinocchio secondo me non è mai esistito. Però questa cosa, ti do la mia parola, era reale. Pure la mia ex mi guarda e mi fa quello, sicuro è un disco volante
«No, no, figurati, ci credo.»
«Tu pensa invece che suo fratello niente, negava.»
«Il fratello della tua ex?»
«Lui. S’è messo a dire che era, aspetta, che cos’è che ha detto, un pallone sonda, una cosa che misura la pressione dell’aria, la temperatura, non ho capito bene, una roba meteorologica comunque. Sì, palloni che misurano le cose, ciao proprio.»
«La gente c’ha sempre tutte le sue teorie strane.»
«Questo da quando s’è laureato pensa di saper tutto.»
«Ho presente il tipo.»
«Tra l’altro, gay.»
«Pure.»

(Peep Show, pp. 230-231)

Ecco

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 22 novembre 2014

“Oh, quello che sta guardando è il Parco della Rimembranza… dell’altra guerra.”
“Lo so. Ogni pianta un cartellino col nome di un caduto.”
“In principio sì, ma ora il cartellino non c’è più.”
“La rimembranza non dura in eterno.”
“Ecco.”
“Evitare di finire sul cartellino.”
“Ecco.”

(Aldo Buzzi – Un debole per quasi tutto)

Martellare

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 21 novembre 2014

Qualche tempo fa, mi sono trovato a fare un intervento sull’umorismo. Avevo solo un quarto d’ora e ho ridotto al minimo gli esempi di comicità, lasciandone fuori alcuni un po’ lunghi e un po’, forse, più difficili. Quello che qui sotto è uno degli esempi lasciati fuori, uno dei testi comici che amo di più.

***

hammerRicordo che stavo martellando sulla staccionata nel retro del giardino quando mi venne incontro mio papà. Teneva in mano una lettera o qualcosa del genere, e sembrava molto preoccupato.
Continuai a martellare mentre si avvicinava. “Figliolo” disse, “perché martelli sulla staccionata? È già piena di chiodi.”
“Ah, ma non sto usando chiodi” replicai. “Sto solo martellando.” E con questo, me ne tornai a martellare.
Papà mi chiese di smettere un attimo di martellare, aveva delle notizie da darmi. Smisi immediatamente di martellare, ma prima diedi un paio di nuove martellate, il che sembrò far infuriare mio padre. “Ho detto di smetterla di martellare!” gridò.
Penso che si sentì in colpa per avermi urlato addosso, soprattutto perché sembrava che avesse brutte notizie. “Ascolta” disse, “puoi martellare dopo, ma prima…”
Be’, non stetti nemmeno ad aspettare il seguito. Appena sentii “Puoi martellare”, è quello che cominciai a fare. Martellare, felice come un caro vecchio martellatore.
Papà cercò fisicamente di fermarmi dal martellare inserendo un piccolo pezzo di qualcosa tra il martello e la staccionata, ma io senza batter ciglio continuai a martellare, perché è così che sono quando mi prende questa cosa del martellare. Al che, mio papà mi prese il braccio e mi bloccò.
“Mi spiace ma ho delle notizie da darti” disse.
Giuro, quello che feci dopo non aveva niente a che fare con il martellare. Semplicemente, lasciai che il martello dondolasse mollemente lungo il braccio, e forse andò a picchiettare sulla staccionata una o due volte, ma tutto qui.
La cosa apparentemente non sembrò far differenza per mio papà, visto che mi strappò il martello di mano e lo lanciò lontano nel giardino.
Quando vidi il mio martello volare così per aria, impotente, non riuscii a sopportarlo. Scoppiai in lacrime, lo ammetto. E corsi in casa, più veloce che potevo.
“Figliolo, torna qui” gridò papà. “Non pensi al tuo martello!?”
Ma, a quel punto; non mi importava più di martellare. Corsi a casa e mi tuffai sul letto, battendo i pugni. Battevo e battevo, finché, alla fine, dietro di me, sentii una voce. “Visto che stai battendo, perché non usare questo?” Mi girai, ed era papà, reggendo un martello nuovo di zecca tutto d’oro.
Subito, mi asciugai via le lacrime dagli occhi e corsi verso le braccia spalancate di papà. Ma, all’improvviso, lui si scansò, e io mi trovai a precipitare dalla finestra del secondo piano dietro di lui.
Ogni volta che sento un ragazzo mettersi nei guai con la droga, mi piace raccontargli questa storia.

(Jack Handey)

Pensiero

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 20 novembre 2014

“Sono sempre stato convinto che il cervello fosse l’organo più importante, poi mi sono reso conto di chi mi suggeriva quel pensiero.”
(Emo Philips)

Stile

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 19 novembre 2014

audrey-hepburn-people-pixel-portrait-from-aboveIeri, Corriere.it ha pubblicato una video-intervista all’eurodeputato PD Alessandra Moretti. Si è parlato molto di stile.

Alessandra Moretti esordisce così: “Nel fare politica, voglio avere il mio stile. Femminile. La cura di me stessa, la voglia di essere sempre a posto… questo è un quid in più. La bellezza fa notizia, e quindi la donna bella deve essere sempre incorniciata in un, diciamo così, recinto negativo, quindi sei bella ma scema, mentre la bellezza non è affatto incompatibile con l’intelligenza.

Sollecitata dal giornalista, Alessandra Moretti specifica: “Rosy Bindi ha avuto il suo stile. Diciamo che il nostro è uno stile diverso, ma per fortuna che è diverso. È cambiato il mondo, è cambiata la politica. Non possiamo avere lo stesso stile. Quello era uno stile più austero, uno stile più rigido, uno stile anche che mortificava in qualche caso la bellezza, la capacità invece di mostrare un volto piacente.

Continua: “Perché uno si deve mortificare? Perché io mi devo mettere, non so, gli occhiali da sole? Ho deciso per esempio di andare dall’estetista ogni settimana: cosa faccio dall’estetista? Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa. Mi prendo cura di me. Mi faccio le meches, mi faccio la tinta, poi non entriamo in altri particolari. Vado a correre, accompagno i miei figli di corsa la mattina, loro in bici, io di corsa.

E ancora: “Mi potranno criticare. Perché, cosa devo venire? Con i peli? I capelli bianchi? Perché io che ho un ruolo pubblico, che rappresento tante persone, tante donne, voglio rappresentarle al meglio. Sappiano che non ci intimidiscono. Anzi, che più fanno così, più continueremo ad essere più belle, più eleganti, più curate, più brave, più pronte, più tenaci, più coraggiose.

E infine: “Ma che c’hai? Ma che t’ho fatto? Ma perché c’ho gli occhi blu? Perché sono anche bella, oltre che brava? Ti dà così fastidio? Perchè il nostro stile di fare politica è uno stile ladylike, cioè uno stile che deve piacere.

Così, alla fine dell’intervista, mi è venuto in mente un passaggio tratto da “Peep Show”, un brano – a volte un po’ frainteso – che ho scritto un paio di anni fa, quando si cominciava a capire che questa faccenda dello stile avrebbe un po’ spazzato via un certo vecchio modo di fare politica e l’avrebbe sostituito con un altro modo, forse meno vecchio, sicuramente più, mi sembra di capire, votato a piacere. E proprio Rosy Bindi mi sembrò il miglior personaggio per descrivere un meccanismo che mi sembra piuttosto spietato, un po’ anche sciocco in certi suoi effetti, ma forse sono io che non riesco a capire fino in fondo questa tendenza che non conoscevo, ladylike sembra si chiami. Lo pubblico qui sotto:

***

In un primo momento non la riconosco, strizzata com’è in un paio di attillatissimi jeans verde militare stracciati all’altezza del ginocchio, con un piumino Moncler violetto e, ai piedi, un nuovo modello di Converse giallo fluo con il pelo. È solo quando la signora bussa al finestrino della limousine e, levandosi il berretto con la scritta Armani, mi dice: «Credo che tu sia qui per me», che realizzo si tratta proprio di lei – Rosy Bindi – la cliente che stamattina devo scarrozzare in una breve tournée di interviste radiofoniche in preparazione delle prossime primarie del Partito Democratico.

«Mi deve scusare se prima non l’ho riconosciuta.»
«Al contrario, mi ha fatto molto piacere. Segno che il rinnovamento comincia a dare i suoi frutti.»
«Il rinnovamento?»
«Primi passi di un processo di trasformazione interna. Forse lo avrà letto sui giornali, abbiamo avviato una seria riflessione nell’alveo della sinistra, una riflessione volta a rimodellare la faccia del partito, per ricondurlo alle sue radici più genuine e popolari.»
«Non me ne intendo molto, ma una certa distanza dalla gente si cominciava a notare.»
«Ma ora l’abbiamo capito. Ci sono urgenze precise e precise necessità, davanti alle quali non possiamo più far finta di niente. C’è da capire cosa ci ha allontanato dall’elettorato, quando abbiamo perduto la nostra identità, in modo da ritrovare la capacità di rappresentare gli elettori, avanzare istanze reali, concrete, in una parola: tornare moderni. Ma per farlo dobbiamo andare oltre, non possiamo continuare a stare chiusi tra le pareti istituzionali, nei nostri bei salottini, coi nostri bei sondaggini, no, dobbiamo riavvicinarci alla gente, mischiarci alla gente, provare a essere come questa famosa gente.»
«Mi sembra un buon proposito.»
«Se no hanno ragione quelli che parlano di casta, che parlano di mandare tutti a casa, di autunno caldo, rivoluzione, sono stufi, sono stanchi, sono, com’è quell’altra cosa che dicono?, ah sì, disperati. No, ci tocca riprendere in mano il timone, raddrizzare la rotta, mostrarci di nuovo e prima di tutto persone, senza offesa, normali. Anzi, visto che tu mi sembri proprio una di quelle persone lì, normali, ho bisogno della tua collaborazione.»
«Se posso esserle utile.»
«Io ora ti faccio una domanda e tu mi devi rispondere con franchezza.»
«Ci provo.»
«Grande franchezza, mi raccomando.»
«Spari.»
«Che cosa pensi tu di me?»
«Che cosa penso io di lei?»
«Esatto, l’idea che ti sei fatto di me. Come donna, come politico, come leader.»
«Mah, così su due piedi, dunque, prima cosa, onesta, mi verrebbe da dire.»
«Poi.»
«Preparata, professionale.»
«Più specifico.»
«Un po’ rigida, forse.»
«Rigida? In che senso rigida?»
«Non saprei, parlo di una certa immagine che traspare.»
«Spiegati meglio.»
«Un’aria un po’ da, come dire, maestrina.»
«Maestrina?»
«Sì, maestrina.»
«Maestrina, o stavi dicendo un’altra cosa?»
«Quale altra cosa?»
«Tu stavi dicendo da suora.»
«Non mi permetterei.»
«Devi essere franco con me. Ti ricordo che abbiamo avviato una seria riflessione nell’alveo della sinistra, una riflessione volta a rimodellare la faccia del partito, per ricondurlo alle sue radici più genuine e popolari.»
«Ok, stavo dicendo da suora.»
«Lo sapevo.»
«Solo un’impressione, magari sbaglio.»
«È per quella faccenda dell’astinenza sessuale?»
«Tutto un insieme di cose.»
«Perché quella roba lì non è vera.»
«Quale roba?»
«Quella dell’astinenza, non è vera.»
«Ah no?»
«Assolutamente no. Solo una boutade, detta ai giornalisti anni fa, così per scherzo. Ed ecco che mi è tornata addosso come un boomerang. Ti pare che io sia un’astinente sessuale? Ah ah ah.»
«Ah ah ah.»
«Non ridere, non era una domanda retorica. Ti pare che io sia un’astinente sessuale?»
«Non lo è?»
«Certo che no. Faccio l’amore tantissimo, con grandissima passione e altrettanta regolarità. Ti direi settimanalmente, ma sarebbe una bugia, è più un’occupazione quotidiana. Ho fatto l’amore ieri, l’altro ieri, due volte giovedì, e martedì prima di colazione, tanto che ho finito per arrivare in ritardo ai lavori della commissione giustizia. Mi hanno detto: Rosy, ma che succede, anche oggi in ritardo, non stavi mica facendo di nuovo l’amore? Certo che stavo facendo l’amore, che vi pensavate?»
«Confesso che non me l’aspettavo.»
«Tutte le posizioni. Missionaria, io sopra lui sotto, pecorina, sessantanove…»
«Pure il sessantanove?»
«Soprattutto il sessantanove. Hai davanti una professionista del sessantanove, una vera artista. Sdraiata, seduta, in piedi.»
«In piedi?»
«La mia specialità.»
«Aspetti, mi faccia capire, la sua specialità è il sessantanove… in piedi?»
«Niente che dia lo stesso piacere.»
«Scusi se mi permetto, ma lei sa che cos’è il sessantanove?»
«Mi hai chiesto se so che cos’è il sessantanove? Ah ah ah.»
«Era una domanda retorica?»
«Stavolta era una battuta, puoi ridere.»
«Ah ah ah.»
«Comunque basta così, non voglio entrare nello specifico di quello che faccio o non faccio tra le lenzuola. Scusa se te lo dico, ma sono affari miei, riservati e personali, e non mi va di condividerli con il primo che incontro.»
«Non volevo essere irriguardoso.»
«Che poi chi mi garantisce che non corri a dirlo ai giornalisti?»
«Terrò la bocca chiusa, promesso.»
«A meno che i giornalisti non insistano, allora tu sentiti libero, non voglio costringerti a mentire per me.»
«Vedrà che non ce ne sarà bisogno.»
«Insisto, dì tutto.»
«Non deve preoccuparsi, anche perché non vedo il motivo per cui i giornalisti dovrebbero venire a chiedermi della sua vita sessuale.»
«Se mi lasci il numero, faccio in modo che ti chiamino nel pomeriggio.»
«Nel pomeriggio?»
«Fra le tre e le quattro.»
«Mi fa chiamare lei dai giornalisti?»
«Ripeto, fra le tre e le quattro. Magari tu non menzionare la faccenda del sessantanove in piedi.»
«È per quella storia del recupero delle radici popolari del partito?»
«Con relativo riavvicinamento alla gente, esatto.»
«Capisco.»
«Un’ultima cosa.»
«Dica.»
«Che tu sappia, la pecorina si può fare in piedi?»
«Volendo. Un po’ più faticosa, ma sì.»
«Allora per la posizione in piedi optiamo per questa.»
«La pecorina?»
«Suona bene, no?»

(Peep Show, pp. 174-178)

Fiamma

Posted in Uncategorized by federico baccomo "duchesne" on 19 novembre 2014

Lo slogan che stamattina (ma forse è presente da tempo e io me ne sono accorto solo stamattina) accoglie chi fa uso di Firefox ha un qualcosa di straniante. C’è questa sequenza di fiamma, libertà, ardere, fulgido, che fa pensare che non sarebbe stato aggiunto molto altro se a occuparsene fosse stato chiamato Mussolini.

Firefox

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