Rischi
Scrivendo Studio Illegale – il blog e il libro – all’inizio ho avuto diverse difficoltà a tenere fermo il personaggio. Avevo in mente fin dall’inizio come sarebbe dovuto essere Duchesne (o Andrea Campi), eppure, spesso, finiva che lo ricalcavo su quello che ero io, gli mettevo in bocca frasi mie, lo vestivo di miei atteggiamenti. Poi, un po’ per coerenza narrativa, un po’ per la questione dell’anonimato, sono riuscito, poco a poco, a rimettere tutto in carreggiata, e far sì che il personaggio uscisse per quello che avevo in mente che fosse, simile a me in tante cose, ma anche molto diverso.
Così, in conclusione, dallo scontro tra i due, è venuto fuori che io gli ho passato un po’ di me, e lui m’ha passato un po’ di sé. Che è un ragionamento un po’ da schizofrenico. Ma, per dire, io non ho mai usato “porca miseria”, che è un po’ l’intercalare tipico di Duchesne (contrapposto al “porco cazzo” di Giuseppe), e oggi è la mia imprecazione principale. Una piccola cosa, taccio delle altre. Insomma, calarsi in panni altrui, per un paio d’anni, qualche effetto lo ha avuto.
Il problema, ora, è quali rischi potrei correre nel continuare a frequentare i panni del personaggio di cui sto scrivendo.
Grossi, direi.
Per esempio
Prendiamo Bruno Martino. Autore, tra le tante, della celebre Estate, una canzone che è stata rifatta un po’ da tutti, da Chet Baker a Vinicio Capossela. Quello che, a ragione, si dice un capolavoro.
In questi giorni la canzone s’è arricchita della nuova interpretazione di Giusy Ferreri.
E uno, quando ascolta questo tipo di canzoni, lo fa anche un po’ per perdersi nei suoi pensieri. Per questo sentire un verso come “Estate /sei piena di un amore che è passato”, carico della bellezza del ricordo, che diventa, per errore di chissà chi, “Estate / sei piena di rumore che è passato”, come se fosse solo una questione di marmitta del motorino, ecco, lascia un po’ d’amaro.
Questo pressapochismo, alla lunga, finisce per venire a noia.
Anni
Leggendo le parole di Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi, mi è venuta in mente una canzone non tanto conosciuta di Adriano Celentano, intitolata La siringhetta.
Comincia così:
Sono le quattro e ho bisogno di un po’ di droga /
Presto mia cara corri a prendere la siringhetta /
Non ce la faccio neanche a parlare.
Mia cara aiutami a spingere /
La siringhetta dentro la venetta /
Così la mente mia vola subito via.
Così dimentico che come uomo non valgo molto /
anzi poco, quasi niente /
se non buco la vena.
E via così, fino a raccontare gli effetti della droga, che vengono sintetizzati bene nel finale, affidato alla voce sensazionalistica di un cronista che dichiara un’edizione straordinaria:
Altre vittime della droga, un uomo e una donna si gettano dal sesto piano credendo di volare.
Fa seguito un’osservazione dell’uomo della strada che dice: “Uè, ma io ho mica capì, come si sono uccisi?” E gli risponde la donna della strada: “Eh, credevano di volare.”
C’è una raccolta di strisce di Dilbert intitolata: “Da quando l’ignoranza è diventata un punto di vista?”
In Italia, son anni.
Happy…
Metto qui sotto il racconto che è stato pubblicato il mese scorso su ANIMAls.
***
Tu sei felice?
- Tu sei felice?
- Felice… Dipende da cosa intendi per felice. Se mi dici uno che è soddisfatto di sé, di quello che fa, ed è felice, allora no, non sono felice. Ma se mi dici uno che comunque è soddisfatto di sé, di quello che fa, anche se non è proprio felice, beh, allora sì, posso dire che sono felice.
- Ma infatti. Quella è mia moglie, che mi fa venire i dubbi. Dice: secondo te siamo felici? Ma che cosa vuoi che ti dica? Già che devo anche andare in posta, ti metti a farmi i quiz?
- Le donne sono fatte un po’ così, domandano.
- È da un po’ che va avanti in questo modo. Oggi è la storia della felicità, ieri erano le camicie.
- Bella quella che hai su.
- Bella, eh?
- Color violetto, particolare.
- Mi ha colpito. E non è vanità, figurati che io sono della Juve.
- Un buon organico, quest’anno.
- Non male, centrocampo forse da rivedere.
- Poco incisivo.
- Comunque, a proposito di camicie, dicevo, le faccio notare, a mia moglie, che mi lascia sempre la piega della stiratura. Guarda qua. E pure qua. E non si fa così, la gente le nota, queste cose, che figura ci fai? Che poi io me frego, negli anni settanta andavo in giro che davo spettacolo, non mi interessava niente di quello che diceva la gente. Pantaloni, maglietta, stivali, pim pum pam, mi mettevo quello che capitava. E ti ricordo che c’erano le bombe, non si scherzava.
- Gli anni di piombo.
- Te lo ricordi Moro? Vabbè. Il problema, ti dicevo, è che siamo nel duemila. Nel duemila c’è una sensibilità particolare, chiamalo politically correct, chiamalo come vuoi, però diciamo politically correct, e cosa faccio? Vado in posta con la camicia che ha le pieghe della stiratura che si vedono? È una piccola cosa, sono il primo a dirlo, però poi è chiaro che la signorina allo sportello si mette a fare storie. Compili questo, compili quest’altro, mi faccia il piacere, vada lì, vada là, la penna è mia. È una questione anche di rispetto.
- Il rispetto si costruisce soprattutto sulle piccole cose.
- Le piccole cose, porca miseria.
- Tu vai in posta in corso Moscova?
- Corso Garibaldi.
- Vai in corso Moscova, la prossima volta. Sportello C.
- C’è quella con la bocca larga, in corso Moscova.
- Bravissimo.
- Lascia stare che anche da lì è uscita un’altra questione. Dico a mia moglie, guarda che sto uscendo, vado in posta. Andrai mica in Moscova? Mi chiede. Ma certo che vado in Moscova, dove vuoi che vada? Tu vai in Moscova perché c’è il puttanone, mi risponde. Il puttanone? Ma cosa vuoi che me ne freghi a me dei puttanoni, le dico. Vado in Moscova perché sono più comodo. È più lontano dice lei, tu mi prendi per il culo, non siamo felici.
- È un po’ più lontano, in effetti.
- Massì, è che uno vuole cambiare aria, a un certo punto, la routine t’ammazza. E poi tu lo sai che per rimanere in forma bisogna camminare? Io, se non ne approfitto quando vado in posta.
- A proposito di forma, ho iniziato la dieta che mi hai detto.
- Quella del dottor Lemme?
- Quella. Sono solo due giorni, che ho cominciato, ancora non si può dire come mi trovo, ma mangiare gli spaghetti a colazione ti dà come un senso di ribellione.
- Io l’ho fatta l’anno scorso. Sono sincero, non è che ho perso molto, meno di un chilo, ma mi sono trovato bene perché lui è una persona a modo, i baffi ordinati. Sono stato contento.
- Quindici chili devo togliere.
- Non ti trovo peggiorato.
- Peggiorato no, però ti dico solo che quest’estate ero lì a prendere il sole, sulla barca del Teo…
- Come sta il Teo?
- Bene, aspetta un bambino.
- Dalla Lucia?
- Dalla Monica.
- La Monica?
- La sorella della Lucia.
- Ah, quindi, alla fine, ha scelto la sorella, non lo sapevo. Povera Lucia, mi spiace.
- Del resto la Monica è più estroversa.
- Quello fa molto.
- Comunque eravamo lì sulla barca, rilassati, prendevamo il sole, una giornata tranquilla e bla bla bla, e indovina chi ti andiamo a incrociare?
- Chi?
- Il Kauris.
- Il Kauris? Quel Kauris?
- Proprio quello, la barca di Tronchetti Provera. Non ti dico, ci alziamo subito in piedi, di scatto, salutiamo. Poi, vedo come una testa che esce dalla cabina, tutta piena di capelli, un sacco di ricci, abbronzatissima, due occhialoni da sole grossi così.
- Sì?
- Afef.
- No.
- Ascolta. Bella, alta, magra, un pezzo di donna come non te la immagini neanche. Mi guarda, e, ci credi? Mi fa un sorriso. Denti bianchissimi.
- Incredibile.
- Giuro.
- E io magari in quel momento stavo in fila alla posta.
- Ecco, in quel preciso istante, non mi era mai successo prima, ma in quel preciso istante, mi sono guardato. Questa pancia flaccida, questi fianchi molli, pure le tette. Mi sono guardato e, te lo dico perché sei un amico, mi sono coperto un pochino con l’asciugamano.
- Hmm.
- Un momento che sei lì e fai un po’ i conti con te stesso.
- Una riflessione.
- E forse è anche questo che intende tua moglie quando ti fa le domande, non sai mai se sei davvero felice, fino a quando non ti mettono alla prova.
- Ma pensa te, il Kauris.
- Lungo, eh. Saranno trenta metri.
- Ma tu, la notte, dormivi in albergo o in barca?
- Barca, barca.
- Figa la barca.
Le scene tagliate
Settimana scorsa guardavo un’intervista a Philip Roth in cui prediceva la fine del romanzo da qui a 25 anni, dichiarandosi addirittura ottimista sui 25 anni. Non può competere, dice, col cinema, tanto per iniziare.
Sabato sono andato a vedere “Bastardi senza gloria”. Da qui in poi, chi non ha visto il film è meglio che non legga oltre.

SPOILER
Mi è piaciuto, ma non mi ha entusiasmato particolarmente. Mi è sembrato spesso irrisolto, con lunghe scene che preparavano a un qualcosa che, poi, finiva per deludere. Penso, ad esempio, alla scena finale all’interno del cinema, che, come culmine di tutto il film, tra esplosivi e smitragliata, passa via un po’ così, senza un vero coinvolgimento.
Poi oggi ero in Feltrinelli e ho trovato la sceneggiatura originale appena uscita per Bompiani. Mi son seduto sulle poltroncine e ho cominciato a leggerla e quando l’ho chiusa mi è venuto da ridere.
Il fatto è che, nel libro, c’è una scena con Hans Landa che spiega perché non ha ammazzato Shosanna, e poi un flashback con l’Orso Ebreo che compra la mazza da baseball, e poi la spiegazione di come Shosanna diventi proprietaria del cinema, e poi una scena divertente sui basterds in sala, seduti tra i gerarchi, che parlano un finto italiano, e poi una scena della morte di Shosanna completamente diversa, molto più ricca di pathos, lungo un parallelo con quello che sta proiettando lo schermo e la sua lotta disperata, da mutilata e moribonda, per cambiare la pizza del proiettore e dare corso alla sua vendetta, e poi parecchie altre cose. Oltre ad alcuni dettagli minori, ma che caratterizzano il cinema di Tarantino, uno su tutti: dopo la scena dello strudel, la telecamera avrebbe dovuto abbassarsi sui piedi di Shosanna, rimasta sola, immersi in una pozza d’urina, del tutto comprensibile.
Io, di questi tagli/cambiamenti, non sapevo nulla, ma non mi riesce poi difficile capirne i motivi, che credo di non sbagliare se li chiamo “compromessi”, probabilmente necessari, considerato l’investimento che sta dietro a un’opera del genere.
E allora forse, stando così le cose, mi viene da pensare che, nonostante le previsioni di Roth, il Libro, pur con tutti i suoi limiti, può avere ancora parecchio da dire. Il Cinema si prenda pure le storie, al Libro rimangono le scene tagliate, le vicende marginali, i personaggi secondari, gli episodi minori, le divagazioni, il superfluo, quei pezzi della realtà, insomma, che, alla fine, personalmente, a me interessano di più.
I premi
Mi son molto divertito al Premio Letterario della Città di Vigevano.
Metto qui una piccola foto scattata con il blackberry da un mio amico, nonché ex-collega, gentilmente accorso a portare supporto. A sinistra, il presentatore, e presidente di giuria, Ermanno Paccagnini. A destra, in questa bella posa plastica, io.

“A dodici anni partecipai a un torneo di Monopoli, organizzato dalla mia scuola media. Mi ricordo che avevo vinto nella mia categoria. Però, durante la premiazione, successe che si dimenticarono di chiamarmi, o almeno così mi venne da pensare lì per lì. In realtà, ero stato eliminato, avevo vinto la partita mettendo via troppi soldi, dissero, avevo barato. Ora, Monopoli non è esattamente un gioco elegante, si recita la parte del palazzinaro, è tutto privatizzato, dalle ferrovie all’acqua, la gente va in galera ogni due per tre, si eliminano gli avversari facendoli fallire, pure il nome – Monopoli – la dice lunga sulla filosofia del gioco. Insomma, al di là delle facili similitudini, mi sembra normale che si vada a vincere con troppi soldi, giuro, non avevo barato.
Oggi, invece, a ritirare questa menzione speciale, intitolata a un grande scrittore come Lucio Mastronardi, e trovarmi qui, in mezzo a certi grandi nomi della letteratura e dello spettacolo, la sensazione è paradossalmente proprio quella, di avere barato davvero.”
Questo era l’inizio di un piccolo discorso che mi ero preparato sul treno, mentre andavo a Vigevano. Poi, però, non l’ho detto. Ho pensato che magari qualcuno mi prendeva in parola e pensava che avevo copiato, oppure che Studio Illegale non l’ho scritto io, oppure che avevo corrotto la giuria, cose così.
Questa cosa del Monopoli mi rimane ancora qui.
La conformità
Oggi ho partecipato a una trasmissione televisiva, con tutti quegli strani momenti tipicamente televisivi, l’autrice con la cartelletta che mi dice che quella frase non si può dire in televisione, la truccatrice che mi passa la cipria in faccia, la microfonista che mi sbottona la camicia, io che mi guardo nel monitor e penso “porca miseria, ingrassa davvero“, la telespettatrice dalla provincia di Rovigo che chiede “un aiutino“.
Poi, però, un certo Bobby, un vecchio basset-hound, tutto tranquillo, durante la diretta è entrato, s’è guardato in giro, e l’ha fatta lì, in mezzo allo studio.
Che poi è un modo come un altro di tornare alla realtà.
Un ronzio
Destra o sinistra, non lo so chi stia occupando la RAI. La speranza è che alla fine qualcuno tiri l’acqua.


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